lunedì 14 novembre 2011

Folla

folla. folla che grida. folla per l'affermazione. folla per dire che tutti possono tutto. folla accalcata. folla violenta. folla di individui. folla di esuberanti. folla per il singolo. folla per tutti. folla per il lavoro. folla per la bellezza. folla per l'ordine. folla per l'eleganza. folla per lo svago. folla per la perfezione. folla per il corpo perfetto, folla per l'anima perfetta. folla per il controllo. folla per lo spietato successo. folla che non guarda in faccia. folla che non ha sguardo. folla che non vede. folla per uscire dalla massa. folla per uscire dalla folla. folla che schiaccia tutto ciò che è legame, relazione, collettivo. che schiacchia e lascia nel fango. folla con i piedi pesanti. folla che calpesta, che schiaccia forte. folla che diviene follia. folla. folla che grida.


Il modo di vedere il mondo da parte di un gruppo, funziona a sostegno di coloro che ne fanno parte offrendo una definizione autogiustificante della loro situazione, e la possibilità di giudicare ad una certa distanza quelli che non appartengono al gruppo.
E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza, Ed. Einaudi, Torino 2010, Prefazione dell'autore, pag. 26


Da questa alterazione radicale deriva la frequentissima sindrome della "de-realizzazione simbolica dell'altro": senso di estraneità di fronte al linguaggio, al sistema espressivo, al corpo altrui; difficoltà di accedere alla certezza dell'esistenza dell'altro; pesantezza e distacco di un universo interumano in cui le cose espresse si fissano, i significati hanno l'indifferenza massiccia delle cose e i simboli assumono la gravità degli enigmi: è il mondo rigido dello psicastenico e della maggior parte degli schizofrenici.
M. Foucault, Malattia mentale e psicologia, Raffaello Cortina Ed., Milano 1997, pag. 61

domenica 13 novembre 2011

Altra me

E io mi ricoprivo di
foglie gialle d'autunno,
percorrevo vie nere
dai lunghi alberi scuri.
E una musica francese
accompagnava da lontano
i miei sogni più opachi
resi ormai scomodi e quasi folli.
Sfioravo segreti in un ritornello malinconico.
Una foglia nell'aria,
grossa, gialla, stanca;
pesante e leggera, si lascia cadere
senza rumore.
Un'altra me nella sua traiettoria lenta.

mercoledì 2 novembre 2011

Retaggi di normalità / 2

Esclusione

Mi sia concesso pertanto uno spazio di esclusione, nel quale la stranezza non sia condannata al silenzio o, peggio, al castigo, in nome del rigore della prevedibilità. In nome del fascino della sicurezza. Quella stessa sicurezza suscitata da passanti ben vestiti (qui la parola "borghese" è ridondante), che passeggiano parlando a bassa voce, belli e pettinati, lungo vie illuminate, pulite, colme di vetrine luccicanti, unico punto di attrazione e obiettivo della passeggiata. E magari con qualche personaggio di cera, impassibile e asciutto, in una divisa blu o verde, a seconda della rilevanza del suo ruolo, a completare il quadro del benessere e della felicità, al riparo da quei raggi di sole che danneggerebbero la pelle.
Mi sia concesso uno spazio di esclusione al sole forte, quindi.

venerdì 30 settembre 2011

Retaggi di normalità / 1

La selezione

Stanotte la mia mente si riempie di pensieri confusi, legati forse a un impreciso stato d’animo che ha accompagnato la giornata di oggi. Tra gli altri, si fa strada un interrogativo a cui non so dare risposta, un interrogativo che già da tempo mi martella in testa come a volermi ricordare che qualcosa ancora non è risolto. E che così sto latitando da un po’. Fino a questo punto, sempre lo stesso: il significato delle relazioni. Che cos’è una relazione? Incontro, conoscenza, scambio. Forse anche io darei questa risposta, ma per poi ripensarci. Vorrei poterla dare, questa risposta. Ma lascia lacune buie, spazi vuoti, quasi dubbi, e amaro in bocca. Improvvisamente mi suggerisce parole giganti. Parole-mostri. Ostentazione, sguardo, giudizi. Chiacchiere, rancori. Identità. Identità attraverso corpi. I corpi docili, addomesticati, di Foucault. Corpi come riproduzione automatica di qualcosa che già si conosce, di una storia comune già scritta, di uno script fatto di saldi dettami, fin troppo rigidi, ma facili da indossare, pronti all’uso, senza sforzo alcuno. Mi ci sento attorcigliata fino a soffocarne. Un grande occhio. Impietoso e onnipotente, divino.
Alzo lo sguardo, alla ricerca di un orizzonte aperto. Ma mi devo scontrare con voci che urlano, corpi che si travolgono l’uno con l’altro. Groviglio di menti disabituate a vederlo, quell’orizzonte. Essere-altro è troppo difficile. Non raggiungibile. Quasi la protezione della 'normalità' fosse garanzia. Tutto lascia scorgere sguardi indirizzati, occhi istruiti a vedere.
In questo caso, nella furia generale, in coda per l’affermazione di sé e l’approvazione del pubblico, ci potrei essere anche io. Mai come ora quel pubblico è stato così severo e infame.

Ho provato a fare questa domanda. Ma finora ho ricevuto solo una serie di risposte rassegnate e facce stupite dal fatto che me ne accorga solo ora. Scusate il ritardo.

sabato 25 giugno 2011

Invisibili {pensieri per l’inverno d’estate}

Uno spettacolo inedito. Lo intravedi, non lo puoi avvicinare o studiare. Lo intravedi allontanandoti in treno dalla città, in direzione Venezia. Un luogo abitato, nel vero senso della parola. Coperte stese, sacchi a pelo, carrelli per la spesa colmi d’oggetti, cartoni, giornali aperti. Una sorta di flash. Lo spettacolo compare e scompare. Un tetto, una parete grigia, coperte ordinate, in fila. Poi solo cantieri e inesorabili binari, per allontanarsi. È il luogo dove abitano alcune persone, dove trascorrono la notte. Durante il giorno sono non-persone. Sotto una etichetta non ben definita, ma che forse nemmeno importa, la categoria a cui appartengono li rende comunque invisibili. Completamente trasparenti. Incapaci di suscitare in chi si accorga eventualmente di loro sensazioni diverse da quel misto amaro (e fin troppo consapevole) di disprezzo, disgusto e timore.
Ancora sono incapace di avvicinarmi a quel mucchio di coperte. Riassume in modo troppo efficace l’altra faccia della mia città perbenista, cattolica e ordinata.



È la società a stabilire quali strumenti debbano essere usati per dividere le persone in categorie e quale complesso di attributi debbano essere considerati ordinari e naturali nel definire l’appartenenza a una di quelle categorie. Sono i vari contesti sociali a determinare quali categorie di persone incontreremo, con maggiore probabilità, all’interno di tali contesti. La consuetudine sociale nei confronti di questi contesti stabiliti ci permette, senza una particolare attenzione o analisi approfondita, di instaurare un rapporto con le persone la cui presenza avevamo previsto. Quando ci troviamo davanti un estraneo, è probabile che il suo aspetto immediato ci consenta di stabilire in anticipo a quale categoria appartiene e quali sono i suoi attributi, qual è, in altri termini, la sua "identità sociale".
'Considerazioni preliminari' in Erving Goffman Stigma. L’identità negata. Ed. Ombre corte, Verona 2008, pag. 12.

venerdì 7 gennaio 2011

venerdì 11 giugno 2010

Cose...

Ci sono, nei ricordi di ogni uomo, certe cose che egli non rivela a tutti; ma forse solamente agli amici. Ci sono anche certe cose che egli non rivelerebbe nemmeno agli amici, ma forse solamente a se stesso, e anche questo in segreto. Ma ce ne sono infine anche di quelle che l'uomo teme di rivelare perfino a se stesso, e di queste cose in ogni uomo perbene se ne ammucchiano pur sempre abbastanza.


Dostoevskij
Memorie del sottosuolo