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domenica 18 dicembre 2011

Bisogna metterci la Faccia

Una manciata di annunci pubblicitari che girano, a volume sostenuto, su diversi schermi, ad ogni binario. Se ti capita di dover aspettare il treno per più di 10 minuti, costretto lì sotto, rischi di impazzire. Nemmeno dentro la stazione hai tregua. Anche lì. Una sala ben rifornita di eco e personale di sicurezza. Tutto studiato nei dettagli per infilarti furtivamente in testa il ritornello che ti ricorderà quale merenda comprare, dove cercare le migliori offerte per la settimana bianca, addirittura, poiché a Natale siamo tutti più buoni, come donare soldi a bambini abusati e maltrattati. E qui, proprio qui, mi fermo: la presentatrice TV che mi racconta solennemente di situazioni bisognose dei miei soldi, che generosamente presta il suo nome, che drammaticamente ci mette la faccia. La Faccia. La sua faccia solitamente associata a spettacolarizzazioni di vite offerte alla fama e alla ricerca di approvazione da parte del mondo di quelli già affermati, dei perfetti famosi. E ora lì, su quello schermo, una nota stonata. Sensibilizzare la gente frettolosa della stazione. La gente che può stare meglio pur non impegnandosi. Quasi fosse necessaria l’immagine (e con essa il suggerimento sincero di un personaggio di successo) per attrarre l’attenzione del grande pubblico. Per una volta non sulla fama, ma sui bambini. E’ così che si permette che i cittadini da cittadini si trasformino in “grande pubblico”. Non-persone. Che si lasciano guidare da spot pubblicitari di chi la fama ce l’ha in mano. Obiettivo raggiunto: il “grande pubblico” si fa piccolo pubblico passivo, intimidito e indifeso davanti a quei vecchi sensi di colpa che, al solito, danno grandi risultati.

sabato 25 giugno 2011

Invisibili {pensieri per l’inverno d’estate}

Uno spettacolo inedito. Lo intravedi, non lo puoi avvicinare o studiare. Lo intravedi allontanandoti in treno dalla città, in direzione Venezia. Un luogo abitato, nel vero senso della parola. Coperte stese, sacchi a pelo, carrelli per la spesa colmi d’oggetti, cartoni, giornali aperti. Una sorta di flash. Lo spettacolo compare e scompare. Un tetto, una parete grigia, coperte ordinate, in fila. Poi solo cantieri e inesorabili binari, per allontanarsi. È il luogo dove abitano alcune persone, dove trascorrono la notte. Durante il giorno sono non-persone. Sotto una etichetta non ben definita, ma che forse nemmeno importa, la categoria a cui appartengono li rende comunque invisibili. Completamente trasparenti. Incapaci di suscitare in chi si accorga eventualmente di loro sensazioni diverse da quel misto amaro (e fin troppo consapevole) di disprezzo, disgusto e timore.
Ancora sono incapace di avvicinarmi a quel mucchio di coperte. Riassume in modo troppo efficace l’altra faccia della mia città perbenista, cattolica e ordinata.



È la società a stabilire quali strumenti debbano essere usati per dividere le persone in categorie e quale complesso di attributi debbano essere considerati ordinari e naturali nel definire l’appartenenza a una di quelle categorie. Sono i vari contesti sociali a determinare quali categorie di persone incontreremo, con maggiore probabilità, all’interno di tali contesti. La consuetudine sociale nei confronti di questi contesti stabiliti ci permette, senza una particolare attenzione o analisi approfondita, di instaurare un rapporto con le persone la cui presenza avevamo previsto. Quando ci troviamo davanti un estraneo, è probabile che il suo aspetto immediato ci consenta di stabilire in anticipo a quale categoria appartiene e quali sono i suoi attributi, qual è, in altri termini, la sua "identità sociale".
'Considerazioni preliminari' in Erving Goffman Stigma. L’identità negata. Ed. Ombre corte, Verona 2008, pag. 12.